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fortezze

confini e sistemi fortificati tra '800 e la grande guerra

situazione generale politica e militare

La situazione militare nel triveneto, dalla seconda metà dell'ottocento all'inizio della prima guerra mondiale, è davvero molto 'fluida', sia i per problemi derivanti dalla situazione politica, come sotto il punto di vista della pura strategia militare.
Nel Veneto e nel Friuli, dalle campagne napoleoniche alla prima guerra mondiale, i 'paroni' cambiano diverse volte:
  • 1796 - campagne francesi e caduta della Serenissima
  • 1798/1805 - prima dominazione austriaca
  • 1806/1814 - dominazione francese
  • 1814/1848 - seconda dominazione austriaca
  • 1848 - prima guerra d'indipendenza
  • 1848/1849 - governo provvisorio 'Repubblica di Manin'
  • 1849/1866 - terza dominazione austriaca
  • 1859 - seconda guerra d'indipendenza - annessione della Lombardia al Piemonte
  • 1860 - spedizione dei Mille di Garibaldi
  • 1866 - terza guerra d'indipendenza, il Veneto - sui confini della Serenissima - passa all'Italia
  • 1866 - del trattato di Pace a Vienna. Il Veneto viene ceduto ai Savoia. Referendum a suffragio universale maschile (o plebiscito 'truffa') per l'annessione del Veneto al Regno d'Italia.
  • 24 maggio 1915 - l'Italia entra in guerra contro l'Impero Austro-Ungarico sparando il primo colpo di cannone dal Forte Verena, sull'altipiano di Asiago
Confini, alleanze internazionali, strategie militari e conseguenti opere di difesa dei confini e opere doganali cambiano più volte e costringono ad un notevolissimo impegno economico ed umano.

Si va dalle ultime opere difensive approntate dalla Serenissima in laguna - inutili contro l'invasore Napoleone - al sistema difensivo del dominante Austriaco che, oltre a rafforzare gli impianti militari in laguna, si preoccupa soprattutto di attrezzare Verona come nucleo della piazzaforte del 'quadrilatero' (Verona, Peschiera del Garda, Mantova e Legnago) contro le mire unitarie dell'Italia da parte dei Savoia.
Perduta la Lombardia e, dopo il 1866, perduto il Veneto e poi il Friuli, gli Asburgici si concentrano sulla difesa di Trento, nucleo 'saliente' di quel Tirolo meridionale che s'incunea fortemente nel nord-est di quell'allora appena nata Italia.

La difesa di Trento pone diversi problemi dovuti alla posizione geografica, nella quale convergono diverse possibili vie (valli) di penetrazione. Gli strateghi imperiali hanno ben presenti le negative esperienze venute in luce già con le campagne napoleoniche che facilmente dilagarono attraverso la Valsugana ed anche le successive scorribande delle 'truppe franche' (garibaldine) al servizio dei Savoia durante le guerre d'Indipendenza.
Trento viene, allora, trasformata in una piazzaforte praticamente imprendibile e non ha nemmeno ruoli attivi in battaglia durante la prima guerra mondiale.

I motivi di preoccupazione dei comandanti militari sono anche di altro genere. I progressi tecnici degli armamenti e le tattiche di battaglia, in quel breve periodo, subiscono una notevolissima evoluzione.
Si passa, infatti, da concezioni 'quasi medioevali' della guerra, in cui le tattiche di battaglia fanno perno sulla cavalleria armata con fucili ad avancarica e qualche raro cannone da campagna a tiro diretto, alla necessità di protezione da proiettili dei mastodontici obici da 420 messi in campo durante la prima guerra e mai più visti, allo scavo nella roccia di fortilizi totalmente in galleria.

Superati i concetti di forti dall'impronta ancora medioevale in auge per tutta la prima metà dell'ottocento, efficacemente utilizzati quali tagliate stradali, l'evoluzione costruttiva riguarda in particolare le strutture degli Imperiali, con un'evoluzione rapidissima:
  • Prima generazione: tra il 1850 ed il 1862, subito dopo la seconda guerra d'indipendenza. Si pensa di rimediare al debole sbarramento di difesa che vide la facile penetrazione dei corpi 'franchi' Piemontesi e Lombardi.
  • Seconda fase costruttiva: tra il 1870 ed il 1900. Le fortezze vengono pensate per resitere alle 'nuove' artiglierie.
  • Terza fase: tra inizio secolo e l'inizio del conflitto mondiale. Cannoni ed obici sotto cupole corazzate girevoli e strutture completamente in cemento armato.
  • Infine, durante il conflitto, si ripiega su gallerie scavate sulla viva roccia.
L'ancor giovane Regno d'Italia, con confini completamente nuovi, comincia a preoccuparsi di difendere le frontiere solamente a fine '800.
In parte 'riconverte' le vecchie strutture del nemico (in Val d'Adige per esempio), ma più frequentemente si trova a dover procedere all'edificazione di nuove fortezze, che prendono corpo principalmente ad inizio secolo su progetti abbastanza moderni che però sono attuati, per così dire, 'in economia', date le carenze finanziarie di cui soffre lo Stato.
Le fortezze, a differenza di quelle Austriache, sono soltanto in calcestruzzo - e pure di cattiva qualità -, senza le armature di ferro.
Tuttavia, come detto, con il primo conflitto mondiale tutto diventa comunque sorpassato a causa dei mastodontici pezzi d'artiglieria messi in campo e, soprattutto, a seguito delle nuove tattiche di battaglia costrette dai nuovi armamenti e dalle tecnologie chimiche che portarono ad un cambiamento radicale nelle strategie di guerra.
Fanno la loro comparsa sul campo di battaglia i mezzi motorizzati, i carri armati, gli aereoplani, i sommergibili, le mitragliatrici, i gas asfissianti, le trasmissioni telegrafiche.

Per l'Italia, entrata in guerra con baldanza, ma armata con fucili ad avancarica e soprattutto guidata da comandanti immersi nell'accademismo ottocentesco -per non dire medioevale-, la batosta e le perdite umane sono tremende. Il riscatto inizia solamente dopo la disfatta di Caporetto.

Di tutto l'imponente, e costosissimo, apparato fortificatorio posizionato sul campo tra lo Stelvio, il Trentino, le Dolomiti e le Prealpi Friulane, solamente il settore degli Altipiani di Folgaria, Lavarone ed Asiago ha avuto il suo momento di gloria.
Fu la cosidetta 'guerra dei forti', la prima brevissima fase dell'entrata in guerra dell'Italia, che si concluse miseramente in poche settimane di spaventosi bombardamenti dei grossi calibri, quando tutti i forti interessati vennero praticamente demoliti.

vedi anche prima guerra mondiale
schema generale degli avvenimenti della prima guerra mondiale nel Veneto, Friuli e Trentino

Venezia, la laguna veneta e il Campo trincerato di Mestre

Le opere fortificate più vecchie sono state costruite dalla Serenissima per bloccare l'accesso alla laguna. L'unico atto bellico che si ricordi è stato il bombardamento, da un fortilizio del Lido, di una nave della flotta di Napoleone che tentava di forzare l'accesso in laguna. L'atto, con conseguente morte del comandante della nave, provocò una durissima reazione del Generalissimo impegnato sul campo in Friuli che mosse definitivamente su Venezia.
Il dominante Austriaco, successivamente, ripristinò e potenziò le fortificazioni veneziane e ne costruì altre di più moderne allo scopo di difendere l'importante città-simbolo del Lombardo-Veneto.
Sotto l'Italia, a fine ottocento e nei primi del novecento, si procedette ad edificare una serie omogenea di 'modernissime' fortezze in terraferma, note come 'Campo Trincerato di Mestre'. Inutile spreco dovuto alla miopia nel leggere l'evoluzione storica e tecnologica. Tali aree militari hanno tuttavia fortemente infuenzato lo sviluppo sociale ed urbanistico di Mestre e restano un importantissimo tassello per capire la storia novecentesca della città.

Il 'Coordinamento Campo Trincerato' in collaborazione con l'Apt ed il Comune di Venezia ha segnalato dei percorsi per la visita ad alcuni forti della laguna e dell'entroterra, grazie ad un progetto finanziato dalla Comunità Europea.
In particolare sono stati individuati quattro itinerari storico-naturalistici: gruppo dei forti della laguna nord, della laguna sud, campo trincerato di Mestre nord e Mestre sud. Gli itinerari sono segnalati con cartelli e pannellistica varia.

Dato il forte stato di degrado ed abbandono, diverse strutture non sono tuttavia visitabili, oppure lo sono solo esternamente o a proprio rischio. Altre sono formalmente ancora soggette a servitù militare quindi teoricamente non sono accessibili, anche se da decenni abbandonate.
In totale si tratta di 12 forti in terraferma, 10 forti nelle isole lagunari e numerose altre strutture quali gli 'ottagoni' della Serenissima, le batterie, i ridotti e le polveriere. Buona parte delle opere in laguna sono raggiungibili solamente con barca propria.

Verona e le fortezze del quadrilatero durante il regno austroungarico Lombardo-Veneto

Verona, assieme a Peschiera, Mantova e Legnago, durante la dominazione Austriaca (tra la campagna Napoleonica e la dominazione Francese e l'annessione al Regno d'Italia), nella prima metà del 1800 era il più importante caposaldo contro le mire di annessione al Regno d'Italia del tassello triveneto che ancora mancava all'unificazione dell'Italia.

Il governo Austriaco si impegnò nella costruzione di numerose opere fortificate e l'insieme è conosciuto nei libri di storia come 'il quadrilatero'. Verona divenne praticamente una città militare e nucleo di questo sistema difensivo. Oltre alla mastodontica cinta bastionata e le opere in città, vennero approntate una serie di strutture di difesa che possiamo inquadrare:
  • opere esterne immediatamente a ridosso della cerchia muraria della città
  • prima cerchia attorno alla città
  • seconda cerchia
  • campo trincerato di Peschiera
  • campo trincerato di Rivoli e Pastrengo

Campo trincerato dell'alto Garda, Monte Baldo e Val Lagarina

Quello attorno a Riva del Garda è il secondo sottosettore (Festungzabschnitt) della terza 'Rayon' (regione) fortificata, denomintata 'Tirolo meridionale', approntata dell'Impero Austro-Ungarico per difendere il 'saliente trentino', il cuneo che si protendeva verso l'Italia, come risultato dell'unificazione del 1866. Gli altri sottosettori erano 'Giudicarie', 'Val d'Adige', 'Altipiani', 'Alta Valsugana' e 'Cintura di Trento'.
Nonostante il trattato di alleanza con l'Italia, gli imperiali procedettero tra fine '800 ed il primo '900 alla costruzione di una serie di infrastrutture militari che interessarono pesantemente anche la punta del lago di Garda e, ovviamente, la Val d'Adige.
Dopo la perdita del Lombardo-Veneto i rancori verso i vicini non erano certo sopiti, Verona, che prima era nucleo di tutta la difesa militare austroungarica, era passata agli Italiani.

La costruzione di questo settore fortificato si articola in quattro fasi e rispecchiano i progressi tecnici degli armamenti che in quel breve periodo subirono una notevolissima evoluzione.

Il settore del Garda-Val d'Adige era così munito e protetto che praticamente non divenne mai parte attiva durante il primo conflitto mondiale. Quasi tutte le opere sono in buono stato di conservazione nelle strutture anche se spesso completamente abbandonate. La precarietà è più opera del tempo e della vegetazione infestante.

In questo settore l'Italia contrappose una serie di fortificazioni sul Monte Baldo e opere nella Val Lagarina (Val d'Adige).

Possiamo distinguere:
  • il campo trincerato austroungarico dell'alto Garda
  • fortificazioni italiane sul monte Baldo e sul Garda
  • fortificazioni e tagliate in Val d'Adige (costruite dagli imperiali vennero a trovarsi in territorio italiano dopo il 1866, furono ristrutturate e riadattate, invertendo la direzione di tiro, dall'Italia)
  • nuove fortificazioni sulle alture della Lessinia

Cintura fortificata di Trento

Trento era il nucleo del 'saliente trentino', il cuneo che si protendeva verso la da poco unita Italia.
Le grandi vallate alpine dell'Adige, del Brenta e del Garda erano ottimi corridoi per penetrare profondamente nel 'Tirolo del sud'. Uno dei motivi dell'ingresso nella prima guerra mondiale dell'Italia contro l'Impero AustroUngarico era la rivendicazione dei territori trentini.
La difesa di Trento era quindi uno degli incubi degli strateghi imperiali al punto che il nodo di Trento era talmente presidiato e munito che venne giudicato inespugnabile e non svolse ruoli attivi di rilievo nei combattimenti della prima guerra mondiale.

Si componeva di una prima cintura con opere nella immediata periferia della città ed in Val d'Adige, un settore fortificato attorno ai Laghi di Levico e Caldonazzo e opere ai margini degli altipiani roveretani. Altre opere, più obsolete e di concezione ottocentesca sbarravano le valli minori, ma non ebbero ruoli nel grande conflitto.
Come seconda fascia difensiva di Trento vi sono le mastodontiche e 'modernissime' opere degli altipiani, dal Vezzena a Folgaria, mentre il settore sud è affidato al Campo Trincerato del Garda.
Solo le fortezze degli altipiani ebbero un ruolo attivo nei combattimenti svolgendo piuttosto egregiamente i loro compiti pur essendo già obsolete ancor prima di entrare in funzione.
Fu proprio da Trento e dagli altipiani trentini che partì la grande Offensiva di Primavera, la 'Strafexpediton'.

Per la Valsugana si optò per un sistema difensivo molto arretrato rispetto alla linea di confine (attuale confine regionale, Cismon-Tezze), lasciando praticamente sguarnita la Bassa Valsugana e senza opporre opere (qualche piccola opera solo nel Tesino) contro il sistema fortificato dello sbarramento Brenta-Cismon. Il sistema attorno a Pergine era tuttavia molto antiquato allo scoppio della guerra e non ebbe ruoli, anzi quasi tutte le strutture vennero disarmate se non addirittura fatte saltare.

Possiamo distinguere:
  • cintura fortificata attorno a Trento
  • sbarramento dell'Alta Valsugana, Marzola e gola del Fersina
  • sbarramento della Val d'Adige (Val Lagarina)
  • fortezze degli Altipiani

Le fortezze degli Altipiani Veneti e Trentini

Di tutto l'imponente, e costosissimo, apparato fortificatorio posizionato sul campo tra lo Stelvio, il Trentino, le Dolomiti e le Prealpi Friulane e Giuliane, solamente il settore degli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Asiago ebbe il suo momento di gloria. Fu la cosidetta 'guerra dei forti', la prima brevissima fase dell'entrata in guerra dell'Italia, che si concluse miseramente in poche settimane di spaventosi bombardamenti dei grossi calibri in cui tutti i forti interessati vennero praticamente demoliti.

Tranne il 'Forte Belvedere' a Lavarone, i forti austroungarici sono in grave stato di distruzione e di alcuni rimangono solamente tracce ed ammassi di cemento. Ciò è dovuto alla tipologia costruttiva degli stessi, edificati con tecniche 'moderne' impiegando abbondantemente il cemento armato con putrelle, travi e cavi di ferro. Perciò negli anni '30 sono stati sistematicamente fatti saltare per recuperare il ferro.
Le fortezze italiane, invece, sono costruite con un maggior spessore di cemento, ma senza armature in ferro e questo le ha preservate dalla totale distruzione. I danni, in questo caso, per la maggior parte sono quelli originali delle guarnigioni in ritirata di fronte all'avanzata austroungarica, oltre che, naturalmente, del tempo.

Possiamo distinguere:
  • lo sbarramento di Lavarone - Sperre Lavarone - da parte Austriaca
  • lo sbarramento di Folgaria - Sperre Folgaria - da parte Austriaca
  • le tagliate ottocentesche italiane
  • il II settore -Arsiero- dello sbarramento italiano Agno-Assa
  • il III settore -Asiago- dello sbarramento italiano Agno-Assa
  • lo sbarramento italiano Brenta-Cismon

La tagliata della Valsugana e lo sbarramento italiano 'Brenta-Cismon'

Fin da fine ottocento e per tutto il primo decennio del novecento la, praticamente, sguarnita linea di difesa sul delicatissimo corridoio della Valsugana era una spina nella mente degli strateghi militari della da poco unita Italia.
L'importante arteria di collegamento era già servita per il passaggio di eserciti per due millenni, lo testimoniano i castelli, le tagliate stradali e l'originalissimo 'Covolo del Butistone' (Cismon del Grappa), tuttavia dalla caduta della Serenissima questa valle era stata completamente in territorio Austriaco fino all'annessione del Veneto e del Friuli all'Italia con il ripristino dei vecchi confini della Serenissima che diventarono i confini di stato.
Si optò per il riammordenamento dell'obsoleta tagliata stradale e ferroviaria di Cismon del Grappa, per la costruzione di una complessa e molto articolata tagliata stradale sulle Scale di Primolano e per la costruzione di imponenti fortezze sui fianchi e sulle cime confinarie che potessero battere il fondovalle della Valsugana.

L'impegno finanziario del Regno fu notevolissimo e segnò profondamente l'economia e la storia di paesi quali Cismon del Grappa, Arsié ed Enego. Nonostante questo il concetto cotruttivo era già obsoleto in fase progettuale, i manufatti erano in cemento ma senza armature metalliche e le cupole d'acciaio piuttosto fragili.
Le opere risultarono del tutto inutili a seguito delle dinamiche della guerra.
L'opera visitabile più interessante è il Forte Leone a Cima di Campo (Arsié), ancora pressoché intatto e curato dal locale gruppo alpini.

Gli Austriaci non contrapposero opere fortificate importanti sul confine in Valsugana (nei pressi di Primolano), preferendo confidare sullo sbarramento dell'Alta Valsugana (nei pressi dei laghi di Levico e Caldonazzo). Una strategia intelligente che lasciò fuori tiro le opere e creò un collo di bottiglia per gli eventuali invasori che, secondo i concetti dell'epoca, si sarebbero trovati a fronteggiare lo sbarramento incanalati in un pericoloso fondovalle e senza copertura da parte di opere fisse.

I confini nelle Dolomiti ed in Cadore, già confini della Serenissima

L'articolatissima, complessa e lunghissima area dolomitica, intendendo con questo termine la zona che dalla Valsugana arriva alle sorgenti del Piave sulle attuali linee di confine regionale Veneto-Trentino-Alto Adige, dalla parte italiana era denominata regione fortificata del Bellunese, mentre da parte austroungarica era suddivisa nei 'Festungzabschnitt' (settori) IV e V della terza 'Rayon' (regione) fortificata, denomintata 'Tirolo meridionale'.

Escludendo lo 'sbarramento Brenta-Cismon' tra le provincie di Belluno e Vicenza (vedi sopra), i punti focali erano il 'Ridotto Cadorino' detto anche 'fortezza Cadore-Maè' e la 'Fortezza Cordevole' attorno ad Agordo.
Fin dall'inizio del conflitto le fortezze furono declassate strategicamente e non ebbero ruoli, tranne sporadiche azioni nella ritirata dopo Caporetto. La maggior parte venne disarmata ed utilizzata come riferimento logistico e depositi.

Quanto alle aree che ebbero ruoli attivi importanti durante la grande guerra, sono da ricordare le Dolomiti di Sesto, le Dolomiti d'Ampezzo, il Col di Lana, la Marmolada e la catena del Lagorai.
per approfondimenti vedi

Carnia, Friuli Venezia Giulia e i confini orientali

Subito dopo l'unità d'Italia s'impose il problema di controllare la frontiera triveneta, completamente sguarnita, in particolare il Friuli in quanto trattavasi, fino ad allora, di territorio già molto interno nell'impero austroungarico. Unica struttura fissa, risalente all'epoca napoleonica, era il Forte di Osoppo.
Gli strateghi militari italiani individuarono una linea difensiva che si estendeva in corrispondenza del Tagliamento per poi puntare verso Tarvisio, allo scopo di frenare una eventuale invasione proveniente dagli altipiani carsici. La progettazione avvenne nei primissimi anni del secolo per concretizzarsi tra il 1905-1910, con grandissimo impegno finanziario ed umano.

Come ben sappiamo l'invasione ci fu, ma le opere militari erano già state disarmate ancor prima dell'inizio del conflitto o nelle prime fasi, perché nel frattempo il settore operativo dei combattimenti si era spostato sugli altipiani carsici.
L'unico che ebbe un minimo di funzionalità nel cercare di rallentare l'avanzata, dopo la rotta di Caporetto, fu il forte di Monte Festa. Per gli altri fu dato un repentino ordine di riarmo e rimessa in efficenza nell'abbozzare una difesa sulla linea del Tagliamento, ma gli avvenimenti furono talmente travolgenti che non ebbero alcun ruolo e per la maggior parte non subirono nemmeno danni strutturali né dai difensori in ritirata, né dagli attaccanti.

La strategia di inizio novecento prevedeva per la linea del Tagliamento un'articolazione di questo genere:
  • una piazzaforte per il basso Tagliamento di pianura, incernierata sulle fortezze di Latisana e di Codroipo con varie postazioni d'artiglieria lungo le ferrovie
  • la piazzaforte del medio Tagliamento sulle colline tra Spilimbergo, San Daniele del Friuli e Tricesimo
    comprendeva i forti di Col Roncone, Fagagna, Santa Margherita, Tricesimo, monte Lonza Bernadia, più batterie d'artiglieria a Pinzano, Ragogna, Buia,
  • la fortezza dell'alto Tagliamento-Fella con il 'Ridotto Carnico'
    comprendeva le opere di Chiusaforte, monte Festa, monte Ercole e Osoppo, più postazioni varie per batteria d'artiglieria.
Molte di queste opere, essendo sostanzialmente intatte, sono state utilizzate per scopi militari quali depositi e polveriere fino agli anni '70, quindi sono ancora in buono stato strutturale anche se abbandonate a se stesse e all'incuria. Alcune sono ancora terreno soggetto a servitù militare, sebbene abbandonato.

bibliografia storica fortezze militari tra ottocento e novecento e grande guerra

titoloautoreedizione
Le fortificazioni austriache nel veroneseGianni PerbelliniCortella - 1981
Forti austriaci ed italiani del Monte Baldo, della Val d'Adige e di Pastrengo, Veronaautori variCtg 1994
1866-1918 Soldati e fortezze tra Asiago ed il GrappaLuca GirottoGino Rossato Editore - 2002
La guerra dei forti sugli altipiani 1915-1916Umberto MattaliaGino Rossato Editore
Guida ai forti italiani e austriaci degli altipianiAcerbi, Povolo, Gattera, MaltauroG.Rossato Editore - Valdagno, 1994
I forti austriaci nel Trentino e in Alto AdigeGian Maria TabarelliTemi 1990
Guida alle fortezze degli altipianiGianni PieropanGino Rossato Editore
I forti dimenticatiWolfang Alexander DolezalPilotto 1999
Il Cadore e i suoi fortiGiuseppe VecellioGrafiche Garibaldi - 1986
Le fortificazioni del CadoreW.Musizza - G. De Donà4 volumi - Ribis 1985/1990
Il forte Sirtori a SpineaG.Facca - C.ZanlorenziProvincia di Venezia / WWF Miranese - 2003