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Calchera in Val di ZoldoLa calchera per la produzione della calce


E' un forno per la produzione della calce utilizzata come malta per la saldatura delle pietre da costruzione e l'intonacatura degli edifici.
Diffusissime in tutta l'area dolomitica e prealpina in quanto la materia prima, la roccia calcarea, è sempre di ottima qualità, il prodotto finale veniva a volte trasportato e commercializzato in luoghi lontani, ma principalmente serviva per le necessità locali.
Tipicamente vi era una calchera in ogni paesetto.

Calchera in Val di Zoldo La qualità del prodotto difatti era direttamente proporzionale alla qualità della materia prima utilizzata, ai metodi di lavorazione e all'abilità e all'esperienza del mastro fornaciaio.

Per produrre la calce si raccoglievano sassi di roccia calcarea di non grandi dimensioni, per favorire la più facile lavorabilità, e li si accatastava all'interno di una apposita struttura, la calchera per l'appunto, fatta a modo di botte, parzialmente scavata nel terreno e rivestita a secco di altro pietrame.
Prima di accatastare i sassi, si provvedeva a riempire una camera di combustione proprio sotto la catasta di sassi, la porticina aveva lo scopo di permettere l'ingresso di aria ossigenata per la combustione oltre a permettere l'accensione del fuoco stesso e la continua alimentazione.

Doveva essere un fuoco molto allegro, fatto bruciando tronchi di faggio o abete finemente tagliati, e doveva durare ininterrottamente e con costanza per circa otto giorni. La temperatura che si raggiungeva era tra gli 800 e 1000 gradi e l'operazione di mantenimento del fuoco era seguita da almeno quattro addetti e sorvegliata e diretta da una persona di grande esperienza, il fornaciaio.
Per controllare lo stato di cottura si prendeva uno dei sassi e lo si buttava nell'acqua fredda e si verificava la tumultuosa (e pericolosa) reazione. Oppure si tentava di forare un sasso utilizzando un apposito punteruolo un ferro, se si riusciva a penetrarlo la calce era pronta.

Calchera in Val di Zoldo Quando pronta seguiva il lavoro di estrazione dal forno, un lavoro delicatissimo e pericolosissimo.
I sassi, ora trasformati in bianca calce detta appunto calce viva, sono altamente reagenti con l'acqua e potevano provocare ustioni gravi.

La calce viva veniva gettata in una apposita fossa scavata nel terreno ed irrorata d'acqua, e provocava una tumultuosa reazione chimica.
Al termine si aveva la calce morta detta anche calce spenta ed era pronta per la commercializzazione e l'utilizzo.


Molto famose in tutta l'area bellunese erano le calchere della Val Canzoi dove, a cura dell'Ente Parco delle Dolomiti Bellunesi, si è provveduto al rilievo ed in parte al recupero, o almeno ad una forma di intervento conservativo, di una trentina di calchere nel Comune di Cesiomaggiore.

Un esempio di calchera, ben conservata e restaurata, lo si può vedere anche in località Pecol di Zoldo Alto.

Si ipotizza il ripristino ed il riutilizzo di qualche calchera per la produzione di calce, con metodi completamente tradizionali, adatta alla produzione di materiale per interventi di restauro su edifici di particolare pregio.
Valle di San Martino, Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi
Valle di San Martino, Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi
calchera per la produzione della calce
calchera per la produzione della calce
calchera per la produzione della calce