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Padova città d'acque : canali in città

Padova città d'acquei canali fluviali di Padova ed il suo territorio


Già nel 1700 la disciplina idrauilica assunse carattere scientifico e sistematico e nel territorio padovano si avvertì l'impellente esigenza di una sistemazione soddisfacente dei nodi idraulici attorno alla città, spesso soggetta a devastanti inondazioni.

Nel 1776 la Serenissima incaricò Anton Maria Lorgna, celebre ingegnere idraulico, a progettare una sistemazione che consentisse da un lato la protezione dalle inondazioni del Brenta e Bacchiglione e dall'altro una regolare navigazione fluviale, nonchè lo sfruttamento delle acque per i mulini e gli opifici.
Il progetto prevedeva la parziale deviazione del Brenta sul bacino della Brentella fino all'incirca al ponte sulla strada dei colli, dopodichè lo scavo di un nuovo canale che intersecava il Bacchiglione al Bassanello e proseguiva direttamente, in direzione sud est e più spostato rispetto all'attuale scaricatore, per scaricare le acque dei due fiumi nel Roncajette nei pressi Legnaro. Il piano non venne sostanzialmente attuato, ma gli studi e le idee proposte servirono al Conte Fossombroni che affidò un piano di sistemazione all'ingegner Pietro Paleocapa, sull'emozione dell'incredibile sequenza di inondazioni avvenute tra il 1816 e il 1827 e su pressioni del governo Austriaco.

Tra il 1850 e il 1875 il piano ebbe piena attuazione e venne sistemato il nodo del Bassanello, la presa per il Canale Battaglia, le paratoie di regolazione sul Ponte dei Cavai che così permettevano di regolare il flusso d'acqua nel Tronco Maestro, unico ingresso delle acque per i vari canali in città. Venne eretto un ponte sostegno con un casello idraulico per regolare le acque verso un nuovo canale appositamente scavato, lo scaricatore per l'appunto, che baypassava le acque direttamente nel Roncajette nei pressi di Voltabarozzo.
Pur nella sua genialità il nuovo manufatto mostrò subito i suoi limiti, dovendo fronteggiare piene che raggiunsero il triplo della portata d'acque per cui era stato progettato. Nel 1882, pochi mesi dopo l'inaugurazione del casello al Bassanello, Padova e tutto il territorio circostante fu devastata da una disastrosa alluvione.

Una nuova sequenza di impressionanti alluvioni tra il 1905 e il 1926 rese necessaria una nuova risistemazione.
Il piano venne presentato nel 1922 dall'ingegner Luigi Gasperini. In particolare venne abbattuta la barriera verso lo scaricatore al Bassanello e triplicata la portata idrica dello scaricatore stesso. Vennero creati due nuovi sostegni a Voltabarozzo che regolano le acque verso il Roncajette e verso il Piovego (con anche una conca di navigazione per il passaggio di imbarcazioni), lo scavo di un nuovo canale, il San Gregorio, in direzione Nord Est a Terranegra portando le acque, in caso di necessità, verso il Brenta.

La nuova opera risolveva definitivamente le emergenze alluvioni, ma creò le condizioni per una nuova "rivisitazione" delle acque in città che a questo punto furono drasticamente ridotte in portata.

La situazione politica e "filosofica" degli anni 50 e 60 portò quindi a tombinare o ad interrare gran parte dei canali in città riutilizzandoli come collettori fognari o nuove sedi stradali per il deflagrante fenomeno del trasporto automobilistico.

Con queste devastazioni Padova perse i suoi connotati di città d'acqua e si allontanò sempre più dal proprio passato, oltre a rendere irriconoscibile la fisionomia urbana.
mappa idrografica di Padova

l'idrografia di Padova e i canali in città

canali nel centro storico di Padova

Nel centro urbano il Bacchiglione, proveniente dal Bassanello, si divideva in due rami principali, il Tronco Maestro verso nord sulle tracce del vecchio alveo lasciato dal Brenta dopo l'alluvione del 589, ed il Naviglio Interno verso est che intersecava la controansa del paleoalveo del Brenta. All'intersezione un bivio dirigeva un ramo verso nord per ricongiungersi di nuovo al Tronco Maestro nella zona dell'attuale Ponte Molino, e un altro principale proseguiva verso sud est, chiamato Canale di Santa Chiara, verso il Pontecorvo ed infine i vari rami si riunivano nuovamente nei pressi dell'attuale Stanga.
Il primo tratto del Naviglio interno, detto anche delle Torricelle, tra il Castello (vecchio) di Ezzelino e l'attuale Questura, è quindi con tutta probabilità uno scavo artificiale effettuato attorno all'anno 1000 e creava un netto confine urbano, all'interno del quale la città medioevale, completamente circondata d'acque e con attorno una pianura per buona parte paludosa, potè risorgere dopo centinaia d'anni di abbandono e rovina.
Nel 1220 venne concesso lo scavo di un canale (forse sulle tracce di un altro paleoalveo), denominato delle Acquette, al monastero di S.Maria in Vanzo allo scopo di azionare nuove ruote di mulino.
Nel 1223 una nuova concessione al monastero di S.Maria in Porcilia permise di scavare un nuovo canale, il Canale di Santa Sofia che dal Piovego, nei pressi degli attuali giardini dell'Arena, attraverso l'attuale via Morgagni, arrivava alle ruote di molino situate nella sede dell'attuale Ospedale Civile e sfociava nel Canale Santa Chiara presso Pontecorvo. Questo canale venne interrato nella seconda metà del 1800.
Ai monaci benedettini di Santa Giustina nel 1230 venne concesso lo scavo del Canale Alicorno che entrava negli orti del convento per riunirsi successivamente al Canale di Santa Chiara e al Canale di Santa Sofia presso il Pontecorvo a formare il Canale di San Massimo. Il canale venne risistemato nel 1500 ad uso della nuova cinta muraria veneziana e successivamente, nel 1700 ad opera di Memmo, divenne il collettore per la nuova sistemazione del Prato della Valle.
Ezzelino III, il famoso tiranno, nel 1246 concesse ad un suo protetto la facoltà di scavare un canale che faceva un semicerchio tra il ponte San Leonardo e ponte Molino, denominato per questo Canale Bovetta, per sfruttare l'acqua per i personali mulini e folli da lana. Il canale venne interrato nei primi del 1900.
Con la creazione della nuova cinta muraria del 1509 ad opera dei veneziani, venne completato un anello d'acque esterno alle mura, la Fossa dei Bastioni e le opere di sostegno a San Massimo, dando una sistemazione definitiva alle acque in città.
Trattandosi di un territorio alluvionale, attorno alla città erano numerose le paludi e i laghetti, la più nota delle quali copriva il Prato della Valle. Di esse restarono tracce fino ai primi decenni del 1800.

Canale Bisatto

Scavato nel 1188 da Vicentini e Veronesi, durante le guerre tra comuni, per deviare le acque del Bacchiglione.
Dallo strategico nodo fluviale di Longare (vi confluisce anche il Tesina), segue dapprima la riviera Berica, per portarsi poi a Lozzo Atestino e, dopo aver attraversato le paludose valli di Calaone, attraversa Este ed infine unisce le sue acque al Canale Battaglia. Il nome Bisatto deriverebbe perciò dal suo andamento sinuoso.

Canale Battaglia

Scavato nel 1189, si inserisce profondamente nella storia del territorio a sud di Padova, legando il suo nome ad innumerevoli dispute e vicende politiche e militari.
Parte come diramazione dal Bacchiglione al Bassanello, alla periferia Sud di Padova, per raggiungere Monselice, con una linea pressochè retta, costeggiando l'omonima strada statale. Le sue acque furono una importante risorsa energetica per le ruote dei molini e degli opifici, una importante fonte idrica per l'irrigazione, ma soprattutto una fondamentale via di comunicazione. Fino a metà 1900 intensissimo fu il movimento di barconi (Burci) per il trasporto di materiale pesante e da costruzione, creando una vera e propria cultura dei Barcari. Poi il lento ed inesorabile declino.

Canale Piovego

Scavato nel 1209 collega il ramo del Tronco Maestro del Bacchiglione, in centro città, al Brenta nei pressi di Strà. Con questo collegamento si creò un collegamento fluviale diretto e di strategica importanza tra Venezia e Padova. Fino ad allora i collegamenti con la laguna avvenivano attraverso il malagevole Roncajette.

Canale Brentella

Canale di derivazione dalla Brenta, lungo circa 11 Km., da Limena porta l'acqua al Bacchiglione.
Ha origine dalle dighe scolmatrici ("colmelle" - un tempo in legno) poco a monte dell'attuale ponte alla chiusa detta dei "colmelloni", restaurata a fine 1800. Erano protette da un castello, demolito dai veneziani. E' stato scavato dai Carraresi nel 1314, allo scopo di regolare la portata d'acqua del Bacchiglione che, attraversando il centro di Padova, era di fondamentale importanza nell'economia cittadina, dovendo alimentare mulini e opifici. L'opera è stata per secoli celebrata e citata in trattati idraulici come esempio di genialità ed efficenza.
A scopi strategici serviva a scoraggiare le opere di sbarramento da parte dei Vicentini e Veronesi, i quali nelle lunghe lotte tra signorie comunali, con lo scavo del "Canale Bisatto", ridussero la portata d'acqua del Bacchiglione (evento citato da Dante nel IX Canto del Paradiso).

Canale Scaricatore, Canale San Gregorio e Piano Gasperini

Il grande canale Scaricatore, come ora lo conosciamo, è il frutto del lavoro di sistemazione e scavo conosciuto come "Piano Gasperini" del 1920, ma la sua travagliata storia inizia ben due secoli prima.

canali d'acqua a Padova

Conoscevo Padova, o almeno lo credevo. Conoscevo i suoi monumenti, primo tra tutti la Cappella degli Scorvegni di Giotto. In parte avevo studiato la sua storia, eppure non riuscivo a capirne il senso, come dire ... la logica di tutta questa raccolta di straordinarie opere d'arte. Mi sfuggiva l'organicità della città ed, inconsciamente, non riuscivo ad essere soddisfatto di questa mia conoscenza. Mi mancava qualcosa, una chiave, per capire questa città.
Mi trovai un giorno, verso il tramonto, con la bicicletta a girare attorno alla, secondo me (e ne ho viste tante) più straordinaria urbanisticamente parlando, delle piazze d'Europa, il Prato della Valle. Vidi che l'acqua attorno all'isola Memmia scorreva dolcemente, era viva, ed istintivamente mi misi alla ricerca da dove provenisse e dove andasse a finire quell'acqua. Non trovai la soluzione, mistero, i canali erano stati tutti tombinati. Era l'acqua del Canale Alicorno.
Da qui partì la mia ricerca sulle acque della città. Padova città d'acque recitano pomposamente alcune pubblicazioni, ma l'acqua dov'è? Faticosamente, ed indubbiamente grazie alla bicicletta ciò è stato possibile, sono riuscito a ritrovare i canali, o meglio quel che resta, di queste acque che rendevano la città una struttura costruita sull'acqua e proiettata verso questa sua risorsa vitale. Ed è stata una scoperta straordinaria. Ho scoperto una città e una storia bellissima e drammatica, ma soprattutto ho scoperto "la città". Sono riuscito, finalmente, ad appagare quel senso di conoscenza incompiuta che mi era rimasto guardando solamente ai suoi monumenti. Padova è una città dalla lettura urbanistica estremamente difficile e complessa, conoscere i suoi canali d'acqua è veramente la chiave per capirne la sua attuale, e problematica, conformazione urbana.

Mi vennero alla mente alcune discussioni con amici in montagna di parecchi anni prima: il Veneto (ma penso anche gran parte dell'Italia) negli anni '50, '60, '70, '80 e anche '90, è stato veramente devastato dalla cultura dei "geometri" (non me ne voglia la categoria, ma a livello personale sono, spero tutti, delle brave persone), dai politicanti e dalle leggerezze politiche, dalle cementificazioni selvagge. Una perdita drammatica, sicuramente ben peggio delle invasioni barbariche e delle devastazioni naturali come l'inondazione (anzi il diluvio universale) del 589, o il grande terremoto del 1172. Una perdita irreversibile che vista con il senno di poi, anche se sono eventi di pochi anni fa e di cui tutti abbiamo testimonianze dirette, lascia copiosamente sgorgare le lacrime.

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Dalla bicicletta alla piroga si potrebbe sintetizzare.

Due strumenti semplici, perfetti, primordiali potremmo dire, senza tempo ed esistiti da sempre, simboli supremi della comunicazione e del trasporto individuale, mossi dalla forza dell'utilizzatore.
Eppure la bicicletta è uno strumento figlio della tecnologia moderna, ha solo un centinaio d'anni di vita. Modernissimo perché in questo mondo di comunicazione globale, ma virtuale, permette la scoperta delle cose più marginali, cioè invisibili perché non inserite nelle rotte della virtualità anche se si trovano a poche decine di metri da casa. L'invenzione della bicicletta (come quella dell'auto) è stata possibile da un "sistema vita" fatto di strade, ponti, disboscamenti, città, bonifiche e regolazioni idrauliche, razionalizzazioni stradali e cementificazioni diffuse. Dopo la bicicletta l'aereo segna una nuova era, l'era virtuale, nella quale possiamo calarci in realtà estremamente lontane da quella in cui siamo nati, ma non ci permette più di misurare fisicamente il territorio, cioè di attraversarlo con la sola nostra forza fisica o con delle semplici protesi locomotorie, cosa indispensabile per capire l'anima, la parte più profonda e timida della cultura che stiamo esplorando. Prima dell'era dell'auto vi fu l'era del carro, della nave ed infine, o meglio al principio, l'era della piroga, un dilatarsi del tempo che arriva direttamente al limbo del tempo, da quel luogo indefinibile della preistoria che, apparentemente lontanissimo, è invece distante solo qualche istante dell'infinità e infulenza ancora pesantemente il paesaggio in cui viviamo, ma soprattutto è allo stesso livello di sviluppo del cervello umano.

Bicicletta e piroga due capolinea? No assolutamente, ma due strumenti simili perché semplici e quindi estremamente funzionali, ancor più del carro e della nave. Due punti che si trovano nel medesimo luogo, come lo striscione di arrivo di un circuito che dopo aver percorso strade lontane arriva al luogo da dove è partito.
E in questo circuito c'è la nostra storia: l'industrializzazione e cementificazione selvaggia, l'archeologia industriale, la cultura del contadino e dei casoni, le ville venete e la dominazione veneziana, le tempeste delle guerre tra tiranni, la cultura comunale, i tentativi di addomesticamento delle acque, la rinascita ad opera dei monaci benedettini, l'abbandono del primo medioevo, le invasioni barbariche, la caduta dell'impero romano, la dominazione romana, le culture paleovenete ed infine le piroghe. Un dilatarsi del tempo che affievolisce sempre più i segni, ma non li cancella, anzi la possibiltà di poterli ancora toccare fisicamente è la bacchetta magica che ci permette di annullare il tempo, o, se vogliamo, di dilatarlo nell'infinito, nel senso che infinito è il tempo che ci impegna in questo viaggio. Bicicletta e piroga fanno parte della zona più profonda del nostro essere.

In bicicletta fuori città alla scoperta di un territorio sconosciuto, potrebbe essere la motivazione che ci spinge a muovere verso questo straordinario viaggio.
Gianni

Portata e dislocazione delle acque nel periodo del massimo sviluppo in città,
al tempo della costruzione delle mura veneziane (1509),
e la ridotta situazione attuale.

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L'evoluzione del sistema idraulico-fluviale in Padova dalla preistoria a fine '800

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Padova città d'acque

Canale Scaricatore e Canale San Gregorio

Tutto l'argine, per circa sei chilometri, è sistemato a percorso pedonale e ciclabile.
Uno dei luoghi preferiti dai padovani per il jogging, il nordic walking e le tranquille passeggiate.
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